Dio aspetta te

PapaVeglia_3“Ci sono realtà che non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo, ma quando prendiamo contatto con la vita, le tocchiamo, allora ci succede qualcosa di forte”. Papa Francesco ha ascoltato, insieme alla moltitudine di giovani che illumina di vita e di colori la notte del Campus Misericordiae, le testimonianze di dolore portate da tre di loro. Come reagire? Cosa fare?

“Basta città dimenticate. Ma noi non vogliamo vincere l’odio con più odio. La nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome – afferma Francesco: “si chiama fraternità, fratellanza, comunione, famiglia”.

Dopo un momento di silenzio assoluto per mettere davanti a Dio tutte le guerre, comprese “le lotte che ciascuno porta con sé”,  il Papa constata come “nelle nostre città non c’è più spazio per crescere e sognare, ed è uno dei mali peggiori che ci possono capitare. Quando si confonde la felicità con un divano, nasce quella paralisi che ci fa perdere il gusto di camminare – prosegue – e ci troviamo imbambolati mentre altri decidono il futuro per noi”.

“Ma la verità è un’altra – afferma Francesco. “Cari giovani, non siamo venuti al mondo per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per lasciare un’impronta. Gesù è il Signore del rischio, del sempre oltre. Non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità”.

“Bisogna decidersi – insiste – a cambiare il divano con un paio di scarpe. Andare per le strade seguendo la pazzia del nostro Dio, che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali”.

“Questo è il segreto” – dice ancora Francesco: Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. Lui scommette sul futuro: ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, che segni la tua storia e la storia di tanti”.

“Oggi noi adulti – conclude – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità: abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri!”

La scena finale è la stessa che la festa degli italiani di mercoledì scorso aveva anticipato: tutte le mani si stringono in un “grande ponte  fraterno”, perché “possano imparare a farlo i grandi di questo mondo: non per la fotografia – è l’auspicio di Francesco – bensì per continuare a costruire ponti sempre più grandi”.

Il testo del discorso

 

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